NINO NEGRI

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Un viaggio nella Cantina Nino Negri: vino di montagna tra storia e paesaggio

Visitare la Valtellina significa immergersi in un paesaggio drammatico di terrazzamenti, rocce e vigneti. In questo anfiteatro naturale circondato dalle Alpi lombarde, i viticoltori coltivano da secoli la Chiavennasca, il nome locale del Nebbiolo. Una delle cantine che meglio racconta questa storia è Nino Negri. Fondata nel 1897, la cantina ha sede a Chiuro, all’interno di un palazzo quattrocentesco dove generazioni di viticoltori hanno perfezionato l’arte della viticoltura di montagna.

Arrivo in Valtellina

Il viaggio inizia all’alba, con l’imbarco su un volo verso la Lombardia. La sagoma di un aereo e la scaletta mobile sulla pista evocano l’attesa del nuovo giorno. Dopo l’atterraggio raggiungiamo Sondrio, capoluogo della Valtellina, e passeggiamo nella piazza Garibaldi circondata da palazzi ottocenteschi e dominata da una statua al centro. Sullo sfondo spiccano le montagne innevate che proteggono la valle dal vento e conferiscono ai vigneti forti escursioni termiche.

Lasciata la piazza, percorriamo le stradine lastricate del borgo con case in pietra e archi medievali. L’atmosfera è sospesa tra passato e presente: siamo nel cuore di Chiuro, dove Nino Negri mise radici alla fine dell’Ottocent.

Alla scoperta di Palazzo Quadrio

Prima di fondare la cantina, Nino Negri rilevò un palazzo risalente al XV secolo. L’edificio era stato donato nel 1400 dal Duca di Milano a Stefano Quadrio, che costruì qui le antiche cantine su quattro piani, tuttora visitabili. All’ingresso campeggia l’insegna “Nino Negri” incisa su una tavola di legno, ad indicare che stiamo entrando in un luogo dove storia e modernità convivono.

All’interno del palazzo ci accoglie una sala con mappa multicolore della Valtellina. Una guida, avvolta in un caldo piumino, spiega come le cinque sottozone – Sassella, Grumello, Inferno, Maroggia e Valgella – differiscano per suolo, paesaggio e microclima; questi fattori conferiscono ai vini tonalità aromatiche uniche e tannini più o meno vellutati.

Nelle viscere della cantina

Dopo aver compreso la geografia del territorio, percorriamo un corridoio fino a una scala stretta che scende nelle cantine sotterranee. Le pareti di pietra e le volte a botte testimoniano secoli di lavoro. Lungo il primo corridoio si susseguono enormi botti ovali in legno con cerchiature rosse; su ognuna è segnato il volume in ettolitri e l’anno di riempimento. In un’altra sala, file di barrique di rovere riempiono gli spazi fino al soffitto. Più avanti incontriamo i serbatoi d’acciaio tipici della vinificazione moderna; 

La visita guidata prosegue nei diversi ambienti: una sala con fotografie storiche del palazzo, un locale dedicato all’affinamento in botti piccole e un laboratorio dove gli enologi controllano le fermentazioni. Questa immersione nelle “viscere” della cantina permette di comprendere lo sforzo che comporta la viticoltura di montagna: le vigne di Nino Negri coprono 33 ettari sui pendii più ripidi della valle, e la cantina collabora con oltre 200 famiglie di viticoltori.

L’emozione della degustazione

Durante la nostra visita assaggiamo tre Nebbiolo di montagna. La guida spiega che i vini di Nino Negri nascono da un territorio straordinario: la valle corre da ovest a est e permette alle vigne di ricevere il sole tutto il giorno; il terreno poco profondo costringe le radici ad affondare nella roccia madre, conferendo al vino minerali distinti.

 La degustazione ci ha visto degustare lo Sforzato di Valtellina, vino passito ottenuto da uve Nebbiolo appassite. Le note speziate del formaggio e i tannini morbidi del vino si completano a vicenda, creando un finale persistente. Per completare la degustazione, assaggiamo anche un Sassella e un Inferno, due DOCG che prendono il nome dalle sottozone della Valtellina.

Conclusioni e consigli

L’esperienza alla Cantina Nino Negri è molto più di una semplice degustazione. È un viaggio attraverso cinque secoli di storia, tra sale sotterranee scavate nella roccia e moderni impianti di vinificazione. È anche un’immersione nella cultura del vino di montagna, dove la fatica del lavoro sui terrazzamenti si riflette in ogni sorso. La cantina conserva le tradizioni del Nebbiolo e al tempo stesso sperimenta tecniche contemporanee, come dimostrano le cisterne d’acciaio e le barrique viste durante la visita

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